To go really fast; to take off in a quick hurry: as fast as your ass can go.

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Sono Menzogna Tour 2012.

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Gio C.

Meno Pausa.

Ecco, periodo furibondo di novità e lavori. Oltre alla comunicazione di un grande, grandissimo cambiamento: un caro amico (e chi ha da intendere, intenda) ci lascia temporaneamente per andare a continuare la sua professione di giornalista in un posto piuttosto interessante, anzi, forse uno dei posti dove oggi come oggi ha più senso mettere persone con un acume e un intelletto di classe come quello del Nostro. Un grandissimo in bocca al lupo, gli stronzi sono con te, siempre. You know, man.

Detto ciò, la macchina a molla degli haulinici ha fatto il tagliando, e a breve riparte con una cosa che gli umani chiamano tour, o tournée, noi preferiamo chiamare “filotto di date a turbinetto”, grazie ad una attività igienica da viaggio ben nota che non sto qui a spiegare. Rimando alla pagina dedicata, non ho assolutamente voglia di trascriverla, mi fa malissimo un occhio e non riesco a capire perché.

Haulinass_Immaginodromo

Stiamo sempre ragionando sui lavori di un disco nuovo, vogliamo per fine anno riuscire almeno almeno a entrare in studio: il materiale c’è, è gonfio gonfio, il concept c’è e ci stuzzica, e me ne fotto e pubblico una superanteprima del concept (Haulin non me ne vogliate, tanto non useremo questo dai…) l’idea sonora e di colore si sta delineando. Sappiamo solo che adesso ci sembra di prendere le cose con molta calma, quando nella realtà forse ci siamo talmente distrutti nel tempo, emotivamente e fisicamente, che ormai duriamo molto di più… un po’ come allontanare la soglia del dolore. NON siamo adulti, ma adolescenti con qualche esperienza in più, e tanto, tanto Cialis.

Altre: Men Rapist ormai è una realtà, ed è pazzesco poter intravedere il marasma di lavori e di pensieri e di mezzi traumi che si muove e avvolge e continua e sta lì a ribollire, come un blob, in paziente attesa che il film prenda realmente vita, e che la serie possa avere il Kick-off che merita… stiamo lavorando per noi, e forse è l’unica cosa da fare. Stanis direbbe “Molto poco Italiano”, io dico che sarò un po’ autarchico ma un certo cinema italico, in quegli anni lì d’oro, ce l’abbiamo avuto solo noi, almeno per quanto riguarda un’approccio e un sentimento “materico” soprattutto per il cinema di genere. Speriamo di essere all’altezza delle aspettative, a medio-lungo termine, ma dopotutto, chissenefrega. Il progetto è follemente serio, gli animi ribollenti, i pochi feedback (la presentazione ufficiale non c’è ancora stata) molto calorosi. Gli Haulin’ass, come risaputo (?) hanno ideato e arrangiato il Main Theme, con la direzione di Carlo Izzo (“Per una stupida volta fai il chitarrista, non fare l’artista cazzo che ho sonno”), il nostro maestro Yoda non verde. E ci ha lavorato tanta gente stra in gamba che è qui elencata.

Mai avuto sentimenti, la copertina

Altra cosina, è uscito il mio libro, Mai avuto sentimenti, per il quale non voglio tediare qui ma vi rimando qui.

Per il resto, torneremo a brevissimo con un re-style globale del sito, per il quale magari ci sarà magari qualche black-out, e annuncio che mi occuperò molto meno di scrivere qui, anzi zero, se non notizie e aggiornamenti quando ci sono. Il motivo è molto banale: non ho più voglia, cioè, è stato molto bello ma è sempre e comunque masturbazione, diciamo che qui ho finito i fazzoletti.

Quindi, un solido arrivederci a chi ci vuole bene, un ancor più solido vaffanculo a chi ci vuole male, e un solido nulla a tutti gli altri.

Ciao!

Gio

La fama e la sete.

 

Tipo, programmi come X-factor li vieterei per legge. Tecnicamente perfetti, ottimo ritmo, ottima idea, grande abilità ed equilibrio, una cura dell’immagine a dir poco maniacale, ma la bruttura di quello che comunicano è sconcertante. Cioè, la sostituzione della passione per l’arte e la musica con la necessità e l’obbligo della fama. Personalmente trovo offensiva, e di pessimo gusto, la spudoratezza gretta e dissacrante del processo di creazione di un cosiddetto “giovane artista”.

Cioè, adesso viene fuori che se non vai in tele non ha praticamente neanche senso suonare o cantare o creare qualcosa. Questa cosa, che sembra non infastidire nessuno, mi fa venire i brividi. Voglio dire, finché parliamo di belle donnine mezze nude che non fanno e non sanno nulla ma hanno un bel visino, due belle tettone eccetera, e che comunque nella vita avrebbero avuto solo questo fino al decadimento, ci sta che vanno a sgambettare in tv, son cazzi loro. Cioè, non stanno svendendo niente, perché non hanno niente. Al contrario, vendono a caro prezzo l’illusione di potersele ficcare, ogni tanto magari una pompatina col capo o coi capi e via, brave, plausi. L’avrebbero fatto anche in ufficio, in gelateria, al supermercato. Poi sono una casta a parte, il calciatore fighetto e la valletta, sono anche un cliché divertente, e divertente è l’invidia che generano di default (ma questa è un’altra storia).

Ma ‘sti poveri ragazzi qua, che sclerano e stanno lì a sbattersi per cantare le canzoni di altri, dicendo “ah che sogno ah è il mio sogno ah spero che si avveri il mio sogno”, che tristi sono? Boh, noi Haulin non valiamo una mezza tacca, non vendiamo un cazzo, non abbiamo una lira, ma sono dieci anni suonati di sala prove e di concerti e di disastri, tutto molto rock’n'roll, mi sembra (non vorrei essere auto celebrativo) che stiamo vivendo una splendida vita da musicisti pezzenti.

Non dobbiamo nulla a nessuno e ci mancherebbe altro. Non abbiamo nessuno a cui rendere conto, è tutto fatto per la volontà di farlo.

Ma cosa vogliamo di più? Facciamo quello che ci pare quando ci pare, più di questo non so cosa potrei chiedere. Soldi? Donne? Riconoscimento? Autografi? Boh. Ad ora nessuno di noi si è mai lamentato a proposito di tutto ciò. Se arriva quella che chiamo fama, non è certamente nelle priorità del gruppo, altrimenti saremmo durati due anni. Come un sacco di gruppi.

Ma almeno, visto che vuoi fare musica, suggerimento candido da uno che non vale una sega, fai la musica e stop. Chiuditi in sala prove, in camera, dove cacchio ti pare, ma se hai l’esigenza artistica da esprimere fallo, e fregatene se ti dicono bravo o coglione. Se ce l’hai, questa esigenza, la senti, minchia se la senti, la senti come la febbre. Se non la senti, e vuoi avere fama e successo, almeno abbi la decenza di ammettere che della musica non te ne frega un cazzo.

Dove vanno ‘sti qua a fare musica? In tv. Ma fottetevi. Non siete credibili. Fate cacà.

Che vergogna. Anelando al riconoscimento. Vi sputo. Altro che lacrime e litigate e palle. Un mini tour con gli Haulin e vi riportiamo in vasetto. A breve le date del tour.

Gio

Disadàttati.

 

Fragore di una guerra non vista, che ci piace pensare metafora di un conflitto dove entrambi gli eserciti sono qui dentro, toc toc, qui nella testa, qui dove risiede praticamente tutto. O niente, dipende dalla testa. Abbiamo voluto rappresentare e scrivere le immagini de “Il giorno del cane”, che comprende tante idee e riflessioni e situazioni, comprende l’omologazione e la scelta e la paura di stare dalla parte sbagliata, il conflitto e la redenzione e l’unica guerra santa che forse vale la pena combattere. Cioè quella sempre lì, toc toc, nella testa, lì dove risiede e fermenta il conflitto quando ti accorgi che fai schifo e non riesci a guardarti allo specchio, quando diventi strumento del male e il male lo coltivi come un bel fiore. E il male, cos’è il male? Toc toc.

Potere e potenti maiali, coi cani dietro che scodinzolano e mordono. Orwell? Pink Floyd? Bakunin? No, le nostre influenze sono soprattutto la discografia di Lady Gaga.

 

'zzo vuoi? 'zzo c'è? Non sono fotogienico?

Lì nella testa, che trattiamo di merda, maledetti, la trattiamo peggio del sottopalle o del dietro delle ginocchia, si spiega quasi tutto considerando quanto cazzo trattiamo male la testa, il sottopalle e il dietro delle ginocchia.

Il giorno del cane è quel giorno dove da bambino scegli, e scegliendo cresci, e qualcuno lo fa a sei anni, qualche bambino lo fa a settanta e qualcuno non lo fa mai. Qualcuno, il nostro cane, ha scelto, ha sbagliato, e ha scelto di mandare in frantumi tutto quello di cui si è circondato, ma ormai anche questo ha una spiegazione di contesto, cioè bene o male facciamo hardcore per forza si parla di ‘ste cose, o no?

Cioè, tanto gridiamo, uno mica grida la lista della spesa, o no?

O l’amore, o no? L’amore è proprietà di altre tipologie di cantanti, che hanno “scritto” quasi tutti le parole peggiori per descrivere la cosa migliore che ci possa capitare.

Grazie mille! Al nostro amore ci pensiamo noi, ed è un’altra guerra santa. Ecco, checche paracule senza cuore ma con tanto cash, questa è una canzone d’amore, di sacrificio e di dedizione, di abbandono e misericordia, tutto quello che colora la parola “amore” e la rende concetto e idea.

Tutto scaturito dalle nostre testoline, toc toc, con il buon Marcello in primis che <attenzione: luogo comune> se non fosse stato italiano era già tutto videomaker con film in cantiere e progetti e soprattutto fondi. Fondi, cazzo, non di bottiglia. Sapete quanto cazzo costa tutto? Credo di si, tranne quelle checche paracule senzacuore che si fanno chiamare artisti e il massimo che riescono a fare è un ritornello merdoso che dice “eh già eh già eh già”. Ma per piacere. Che stanno li sul set con dieci truccatrici e cento tecnici, che se potessero li strangolerebbero sul posto, che si pigliano cinque euro all’ora e rischiano pure la vita, maledetti figli della merda. Lì gli artisti non si vedono mai, hanno nomi non altisonanti, si fanno un mazzo così e non gli danno straordinari.

C'e l'hai con me? Eh? Dici a me? Non sono fotogienico (2)?

Ah suoni, scrivi, componi. Bello. Ma cosa fai nella vita? Chiedilo a Ligabue, troia ignorante. Io mi pago ogni cent, ‘fanculo, sono scemo e folle e disallineato, sicuramente, che intanto riesco a lavorare e pagarmi l’affitto, e fare le ore piccole sempre per fare cose che mi piacciono. E che cazzo. Tu cosa fai nella vita?

Poi, detto tra noi, far esplodere tutti quei soldatini e giocattoli è stato troppo figo.

Chiudo: siamo contenti che il video piaccia, dopotutto oltre i nostri ego smisurati c’è anche la brama di dire qualcosa che abbia un contenitore gradevole, ci piace lo spettacolo, tutti lavoriamo anche per lo spettacolo, amiamo ogni forma di arte che sa comunicare e ci dà da chiacchierare per ore e ore come dei bambini che non giocano più con i soldatini. O forse ancora, anzi, forse solo adesso sappiamo farli esplodere così compiaciuti e presi bene.

Detto ciò, io sono ancora qua, eh già, eh già, eh già, eh già.

Gio

Morbidone e la parabola del cortigiano Geppepunk

 

In quel tempo, zona Milano-Giudea, Morbidone era onnipresente nelle cerimonie di ritrovo di cui era spesso il procacciatore e organizzatore. Morbidone non avrebbe saputo fare altro, d’altronde: la sua goffa presenza, la scarsa ironia, e la fracassona sicurezza di sé anche dopo i sedici anni – ormai passati da un pezzo – lo costringevano a essere macchietta satirica, iconografia barocca di sé stesso. Nell’unico circuito alternativo disposto, ahimè, ad accettare ciclicamente i mediocri e innalzarli a ruolo di leader. Per fortuna che i leader e le cosche non contano niente quando si tratta di punk (…). Vedi le fermate di genere nelle varie zone d’Italia, più che musica e “ribellione” sembra un’interregionale da ascoltare con la Lonely Planet in mano, stando attenti alle usanze degli autoctoni. O alle pretese di band storiche che boicottano una festa perché non vengono garantiti i succhi di frutta richiesti. Ribes, pollo vegan, non cocacola. E fermiamoci qui, mentre allacciamo le DC fatte in Indonesia.

 

 

 

 

Morbidone non accettava che qualcuno, fuori dalla cerchia dei suoi discepoli, potesse avere un’autonomia sufficiente per fare volentieri a meno della sua morbidosa presenza. Addirittura, ormai non era più un brusio, ma una risata a piena voce quando – raramente – capitava l’occasione di parlare di lui: stava sulle palle a tutti, nessuno aveva mai sentito una voce carina o di riguardo nei suoi confronti, o dedicata al suo operato, niente di niente. Come un vero messia, messo in croce dal popolo che Egli ha liberato.

 

Morbidone però una cosa buona ce l’aveva: i cortigiani. Un ricambio continuo di pallidi esseri silenziosi, in genere pieni di spille incomprensibili, torvi nelle gesta e nervosi nello sguardo, che lo seguivano a distanza a meno che lui li invitasse al suo cospetto. Quando per caso si fermavano sulla via di Damasco, o seduti sulle poltroncine di un locale buio, a sorseggiare una birra, Morbidone sparava grossolane battute alle quali si era costretti a ridere, altrimenti si sarebbe potuto rischiare l’esonero dalla corte. Addirittura, in via definitiva. I cortigiani di Morbidone non risparmiavano niente, caricandosi di fiato e ridendo a crepapelle alle storie banali e senza plot del loro leader. Di bassa, bassissima lega.

 

Come Morbidone, falsi profeti si muovevano sulla penisola, come Batterio Battista, P.A.F.F., P’Apino e tanti altri. Ma nessuno era l’unto dal Signore. Morbidone era proprio unto, visibilmente, prova inconfutabile della sua unicità.

Uno e laTrino.

 

 

In quel dì, nel Getsemani, il cortigiano Geppepunk era cresciuto. Si era accorto di una prima ombra di barba, una prima goccia di seme che lo rendeva uomo, e una prima consapevolezza che Morbidone era la nemesi della Figa.

Queste cose lo pungevano con lo spillo del dubbio e della tentazione, come quello de Lo Diavolo durante i 40 giorni nel deserto.

Allora, avvicinatosi a Morbidone, gli disse: “Rabbi, forse ho sbagliato: forse dovrei dedicarmi alla house, o quantomeno a finire gli studi che mi pagano i miei vecchi genitori: non potrò certo proseguire sulla strada del morbidismo, e poi come promoter farei cacare, sono magro e gentile. Poi vorrei una fidanzata senza essere costretto a inventare storie sconce per intrattenere la corte. Poi non ho più i brufoli: il punk non mi serve più, non ho niente contro cui ribellarmi.

Rabbi, cosa posso fare?” Allora Morbidone, senza voltarsi gli disse: “Frega il cazzo. E la vostra demo fa merda. Io porto le bends americane e ci faccio il grano.”

Così il cortigiano Geppepunk divenne avvocato, procreò, ed ebbe la felicità.

E’ parola di Morbidone.

San Giovanno

Signore e signori: la “figa” (o “fica”).

“Va’ in paradiso si cce so mminchioni!’ / Le sante sce se gratteno la fica, /E li santi l’uscello e li cojjoni.”
G.G. Belli (non Allin, per favore)

Dedico questo pezzo alle donne che, volontariamente, sono rimaste intrappolate nella mia mano destra. E questa è la colonna sonora.

Celebre aforisma cittadino: le donne sono un semaforo avanti.

Una realtà nella realtà. Credo sia vero. In questo acquario dove mi spaccio per pescecane, come quasi tutti, tranne quando va di moda il pesce rosso – periodo dove mi sento particolarmente solo -, la vagina è un essere supremo che individua, decide, banchetta, uccide. Nessun rancore, perDio o xDio come direbbero i cretini bimbi vittime dei dispositivi e dei linguaggi due punto zero di Lapomerda.

Ovvero: quando si ha a che fare con una donna, o con una ragazza, il pensiero medio di un uomo o di un ragazzo è sempre lo stesso. Scopiamo. Per una sera? Due? Cento? Mille? Magari, cazzo.
Fottetevi, pidocchiosi estremisti e stupide estremiste. La natura ci sovrasta tutti. È la directory di noi files. Fai tacere il tuo clitoride e i vicini di casa, e io metterò la museruola al cazzo e ai vicini del cazzo. Comincia tu.

Ovviamente, lasciamo da parte tutto quello che è legato ad un sentimento tipo “sei unico/a”, “ma dov’eri prima”, “ti amo”, perché la vita è un dolce senza zucchero e ognuno per fortuna se lo condisce da sé. E, se mi permettete, aggiungo: punta al ribasso, dannazione. Chiunque tu sia. Buttare via mezza vita per una testa di cazzo è terribile. Buttare via mezza vita è la prassi. Anzi, è poco. Meglio il meno peggio. Meglio il nulla che una mezzora di follia dove spari lacrime di rimbalzo e alla fine non capisci perché non sei ancora morto. Eppure eri senza giubbottino anti-lacrime. Era tutto progettato per una performance di suicidio dove lei/lui avrebbe pianto per mesi, gridando “oddio cosa ho perso!”. Questo quello che ogni tanto salta in mente, quando sbrocchi.
Ah ah. Woody Allen in acido. Così lontano dalla realtà da essere praticamente vero.
Propongo un cambio di colonna sonora.


La figa: meraviglia delle meraviglie. Per la bellezza di Elena, la regina della città che divenne Sparta, una mega guerra. Di dieci anni e passa. Oltre Omero, abbiamo traccia di queste storie grazie a (guarda caso) un tale di nome Procio. Leggenda. La leggenda perfetta. Procio. A volte mi piacerebbe essere Procio. Solo per comodità.

Niente trascina un uomo verso il domani se non il desiderio. E l’immagine di una perfetta, idonea, sexy, sorridente, materna ma bisognosa, gatta ma a pecorina, femmina della vita. Che non esiste. Come non esiste l’uomo sexy e carismatico, benestante e disponibile, ingenuamente in disparte o presente a richiesta telepatica. Eh no. Io ho strappato le pagine di centinaia di Harmony, in giro. Non mi dispiace. Non esiste neanche nella narrativa ormai.

Detto ciò, ho una visione schietta e pulita del genere femminile che è un casino. Immaginavo che si potesse esistere “sopra” la sessualità, ma mi sbagliavo. Credo. Non lo so.

So solo che o ci accettiamo così come siamo, o stiamo da soli. So solo che è un gioco talmente bello da meritare tutte le attenzioni e tutte le ingenuità, sopra una certa soglia.

So solo che senza le donne niente avrebbe senso, per me. Mi auguro che, senza gli uomini, sarebbe la stessa cosa, pensata da una donna.

So solo che il sesso è una pausa. Meravigliosa. Dove, Orwellianamente, ci si illumina di qualcosa di superiore. E che l’abominio della violenza e la tristezza della routine e la paranoia del giudizio sono le vere malattie da curare.

E so che le donne scoreggiano. E possono causare le guerre.

Anche noi uomini scoreggiamo. E causiamo delle risate.

Gio

Sofferenza sistematica.

C’è una grandissima confusione, e un’idiozia diffusa che per qualche oscura ragione sembra essere l’unica certezza del modo di pensare della stragrande (?) maggioranza delle persone. Almeno, questo è quello che sembra.

Una colonna sonora ipotetica, qui.

Essendo l’uomo animale da branco, questo qua è il mio branco, quindi ho ogni diritto di essere cinico. Parlassimo di alieni, di parassiti o di cactus, sarei meno cinico.

 

 

Il popolo è bue anche se si raduna. Se prendi cento vigliacchi, non fanno un eroe. Il sistema che non va, non c’è lavoro, pieno di precari, le spese della casta, non credo si risolvano andando in giro a cazzo gridando degli slogan. Non sono io che so cosa o cosa non va fatto, è la storia che lo racconta. Se vuoi paralizzare un paese, paralizzalo.

Sei disposto a fare a meno di tutti i comfort che abbiamo? A spegnere quella stronzata di televisione che ti annienta e ti rende una larva, una larva che parla di / per / grazie a programmi che servono a tenerti incollato lì e non fare nulla ? A smetterla di correre come un babbeo a comprare ogni cagata per sentirti allineato? A non commuoverti a comando appena muore uno famoso? A rinunciare al “buonsenso comune”? Tutti moriremo. Non vorrei mai lasciare in gestione le mie lacrime per una persona di cui conosco solo la bidimensionalità. Lo sapevi che in TV, appena entri nei “famosi”, si comincia a preparare il “coccodrillo”? Filmato commemorativo strappalacrime. Fatti qualche domanda.
La morte è brutta quanto obbligatoria, ed è un business millenario. Geniale chi vende qualcosa che non puoi verificare, mercificarne l’indotto, e lucrare sui sentimenti. Pensaci: ti piace il BMW o l’Iphone perché sono oggetti estremamente utili? Scemo. Sono oggetti.

Il lavoro del pubblicitario è caricare di sentimenti ogni misero articolo messo in vendita, che sia una scarpa, un’auto o una persona. Forse, per questioni di autodifesa e amor proprio, dovresti pensarci ogni volta che metti mano al portafogli – che fai una fatica boia a riempire. I sentimenti sono belli perché sono gratis, ma per come siamo messi, forse sono una merce troppo preziosa. Costa meno avere l’ultimo modello di tablet che provare (o ricevere) l’amore sincero di un individuo che non ha nulla da offrire, e da dimostrare, se non sé stesso senza ammennicoli. Questo non lo dico io che sono un coglione, lo si ritrova in tutta la bibliografia di Fromm e di altri centomila filosofi e pensatori che hanno evoluto l’umanità come specie. Con risultati a dir poco scadenti, sinonimo di qualità.

 

La casta, non solo Silvione che è il Gesù Cristo di tutti i mali dell’Italia, è grassa perché gli dai da mangiare: contribuisci ogni giorno a scavare quel centimetro in più verso l’abisso. Fatti valere sul posto di lavoro, con chi hai davanti, non mascherato dietro le grida di altri come te. Se quelle zozzone, ad esempio, avessero preteso rispetto al posto che vendere il loro corpo a dei vecchi bavosi, magari tutta sta pagliacciata si spegneva. D’altronde, loro scelta. Quelle zozzone fanno parte del “popolo”. Come te quando prendi ordini da uno squilibrato pieno di ansia e frustrazione, e non hai mai letto il contratto che ti vincola al posto di lavoro. Fatti valere con le forze dell’ordine quando ti trattano come un disperato e non ti fanno il verbale. Il bello è che quando si sta sul generico siamo tutti guerrafondai, poi appena c’è una cosa che ci tocca, ecco la questione cambia. Altrimenti, spara! Che ti costa? Concretizza il tuo odio da bar, e piantala di frignare. Italiani brava gente. Ne diciamo tante.

 

 

Quante volte sono stato in fabbriche dove i diritti base erano calpestati senza nessuna remora. Fabbriche: tristemente ammetto che tantissimi miei coetanei non ne hanno mai vista una, e non ho ancora capito se è una fortuna o una profonda mancanza. Per chi c’è stato: ero quel coglione che si faceva insultare dal capoturno, dal caporeparto, e via via via fino, a volte, alla cima della piramide perché pretendevo quello che stava sul contratto. E ho sempre lavorato, non mi piace chi si imbosca. Odio annoiarmi e stare con le mani in mano. Una vita di merda. Oltre alla goffaggine e alla fatica di dover imparare un lavoro senza capirlo, mi facevo un mazzo tanto.
I miei colleghi, nella media, mi trattavano come un idiota, il ragazzino che al posto di starsene lì bello quatto e tranquillo a mantenere un posto orrendo e portarsi a casa uno stipendio da fame, mi incasinavo la vita col rischio di essere lasciato a casa. Ed era quello che succedeva. Puntualmente.

Il bello è che la normalità sarebbe pretendere rispetto e una vita dignitosa, ma sembra che nessuno la voglia: c’è stato uno scambio, adesso la vita dignitosa si misura in pollici o in cavalli. E questa vita dignitosa la vogliono tutti. È per quello che taci e ti fai otto ore se va bene rinchiuso in un posto merdoso, a fare cose tanto per farle. Il bello è che da sempre ti dicono “il mondo fa schifo, non c’è lavoro, non ci sono opportunità” e basta questo per farti stare lì con le mani in mano a lamentarti.
Il brutto è che credi pure di aver ragione. Tutto ciò è molto indie. Tutto ciò è molto scienze della disoccupazione.

 

 

Quindi: vaffanculo. Non ha senso combattere per i diritti e la libertà di persone che se ne fregano, e che aspettano il prossimo cane per essere pecore. Persone che si vendono al primo gerarca che sventola denaro e potere. Persone che non vedono l’ora di mettere le mani sull’inutile, sacrificando l’indispensabile. Persone che ti guardano dall’alto in basso perchè loro non erano in fabbrica, ma a fare i bocchini alla bocconi. Persone che non hanno il senso pratico delle cose, e mentre chiedono favori e comprensione e dilatazione dei pagamenti se ne vanno al mare per tre mesi con la famiglia. Persone che applaudono ad ogni balcone che si apre. Col tempo ti incancrenisci, ti cresce qualcosa dentro, qualcosa di freddo e metallico e luccicante. Un muro invalicabile. Senti parlare di palate di individui che intasano una città per correre dentro un centro commerciale a comprare cose inutili, perché “costano meno”. Quando la notizia arriva al muro, sorridi e non auguri neanche la morte o un olocausto volante. Semplicemente non ti tocca, non fa parte di questa vita. A meno che tu sia in fila con loro. In questo caso, sparati! Con affetto… prima che lo faccia qualcuno che ha trovato una beretta sottocosto nello scaffale davanti.

Ecco, dicevo, questa del centro commerciale è una manifestazione interessante.
È la manifestazione di quanto poco siamo pronti come popolo a essere liberi.
Pregavo Dio tutte le notti perché mi desse la capacità di spruzzare napalm dalle mani.
Adesso, sinceramente, non percepisco né il giusto né lo sbagliato. Effettivamente è una riflessione la mia, non una critica: mi ci metto in mezzo con tutti e due i piedi, bello comodo seduto sulla mia montagna di cianfrusaglie. Ho i miei comfort e i miei vizi. Ma cerco di vivere bene, fare quello che mi va, senza troppi problemi, senza fare bocchini. Cerco di non considerare la legge, lo stato e le istituzioni come gabbie, ma come lontane e grottesche strutture asettiche, che ogni tanto chiedono dazio. Dazio che verso come un bravo bambino, così se ne vanno via e non mi fanno la bua. Del Pil non me ne importa una beata minchia. Idem della borsa. Idem del fatturato di Trenitalia. Nulla di nulla. Non mi sento in guerra.
Qui sto tristemente bene, allegramente nella nebbia e nell’odore di gasolio, faccio quello che mi piace con le persone che mi piacciono, con il mio limite umano e personale di un’intelligenza media e una media prestanza fisica. Sono pieno di energia, e la uso a casaccio. Giusto per non avere un magazzino di energie inespresse da gestire. Qui si gioca tutto, per ora. Domani chissà.

La libertà, ho questa idea, ci fa, a grandi linee, schifo. Non siamo capaci di decidere cosa va o cosa non va fatto in autonomia, figurati se siamo capaci di vivere una vita consapevole.

La paura con la P maiuscola è il nostro invitato speciale, che ti sussurra a tavola “sei destinato a obbedire” perché sarebbe troppo rischioso non avere il coperchio, e sporgersi dalla pentola. Intanto lei, la Paura, ti sottrae tutto quello che avevi nel piatto, e si ingozza sbavando. Fino a che diventi anoressico di idee e sentimenti, e pur di non acquisire niente di nuovo ti cacci le dita in gola. Odi quello che non si compra.

 

 

 

Purtroppo e per fortuna, nel concreto, penso solo a quella microscopica fetta di branco che reputo una famiglia. Sempre per una questione di limite mentale.
Del resto, onestamente, non me ne frega un cazzo. Né caldo né freddo. Nessuna categoria mi intenerisce in quanto categoria. Spesso conosco nuove persone che diventano parte della mia vita. Spessissimo conosco persone che poi, per fortuna, spariscono. Faccio come tutti, del resto.
In ogni caso: ammazzatevi di grande fratello e ore e ore di discussioni calcistiche, mentre accendete un mutuo e vi fanno le corna. Correte come animali nei negozi a comprare dispositivi che tra due anni saranno già da buttare. Scannatevi di politica usando modi di dire fatti e costituiti perché voi vi scanniate di politica. Innamoratevi dell’involucro delle persone, e dello status quo.
Andate dell’analista a sentirvi imperfetti e insicuri, ma sulla buona strada. Non rischiate mai. Aspettate il temporale per dire che c’era da riparare il tetto. Subite la solitudine in lacrime, e non sforzatevi di riderci su. Abbandonate la via difficile della comprensione e della consapevolezza, per percorrere quella facile e veloce: c’è la fila, vi aspettano. Mangiate cibi sani e giusti mentre andate a schiantarvi in autostrada, contro un camion che vi porta le creme e lo shampoo.

Sul fondo della barca bucherellata ci sono anch’io, per forza, con la mia famiglia allargata.
Guarda là in fondo, siamo quelli che suonano mentre tutto affonda. Un po’ come sul Titanic, ma senza biondini che limonano.
Nonostante tutta questa sofferenza sistematica, il bicchiere è sempre mezzo pieno se ti scegli i commensali giusti. Salut.

Gio

L’invasione delle mosche.

Questo qui è diventato il posto dove ogni tanto posso sproloquiare, in coda allo sproloquio stavolta ci metto qualche news che riguarda le vite dei cinque stronzi, che ultimamente sono in frenzy mode.

Ho alcune idee che non userò e non credo che useremo, ma visto che di idee c’è carenza, le sputtano tutte scrivendole qua. Probabilmente non è neanche tutta farina del mio sacco, non ricordo, ma non me ne frega una mazza.

Opensource, diciamo, basta che quando le usate se le ritenete degne fate una donazione agli haulin, al sottoscritto, o ci coinvolgete in qualcosa di folle. Niente opere di bene ma denaro o follia, grazie.

Tipo, vorrei sceneggiare un fumetto un giorno o l’altro.

1. L’uomo zecca

Storia di un uomo brutto, molto brutto, orrendo, che un giorno viene colpito da una zecca. L’esserino gli si incolla al collo, e lui è talmente depresso per la sua bruttezza che non gliene frega granché. Il neo sul collo cresce e cresce, allora comincia a nasconderlo con sciarpe e affini.
Intanto però si accorge che la zecca ha una particolare forma: dopo qualche tempo, riconosce la bozza di una faccia. Un viso maschile bellissimo si comincia a sviluppare sul corpo della zecca, fino a che diventa praticamente della dimensione di una testa, con tanto di capelli.
L’uomo orrendo però fa fatica a respirare, e la testa nuova gli pesa da morire. Quando però riesce a vedersi allo specchio, nascondendo la sua faccia e mettendo al suo posto il nuovo viso della zecca, si commuove. Sempre stato brutto, orrendo e solo. Ora è bellissimo.

Prima di tirare le cuoia, soffocato dalla presenza dell’insetto, si fotografa nella sua nuova forma.

Lo trovano con un biglietto: “La bellezza è un parassita”.

 

2. Da grandi

Un uomo veloce esce dalla metropolitana per andare in ufficio, come tutti intorno non guarda nessuno, si infila nel bar e ingoia un caffè. Uscendo, rimane folgorato da un A4 attaccato a un palo. Il messaggio è scritto con un alfabeto di sua invenzione, quando stava da bambino al paese, l’aveva inventato con gli amici.
Il messaggio recita “Qui tra una settimana”. In ufficio non riesce a non pensarci, pensa a tutti i bambini che frequentava, ormai finiti chissà dove. Prova a contattarli, ma sembrava molto più facile. Passa il giorno, e la mattina seguente, uguale. “Qui tra sei giorni”. Le ricerche diventano più frenetiche. Comincia a perdere interesse nei dati e nelle elaborazioni fiscali del lavoro, negli ordini del capo. Si dedica a capire chi c’è dietro, che scherzo è questo, e perché proprio a lui che è una persona seria. Il giorno dopo ancora. Poi ancora. A due anni dalla pensione, non è possibile.

Addirittura si apposta di notte per cercare di capire chi è il buontempone. Nulla da fare. Comincia ad avere paura. Il cartello è ancora lì. “Tra tre giorni”.
Prende il treno e torna al paese. Trova solo un posto che cerca sempre di più ad assomigliare alla città, grigio e triste. Anni che non tornava. Nulla da fare.
“Domani”. La notte non dorme. Si alza presto. Si rade, fa la doccia, fa colazione in casa, per una volta dopo tanti anni crede che non andrà in ufficio. La cosa, per la prima volta, non lo disturba. Niente sembra così importante.

Arriva al palo. Nessun cartello. Si guarda intorno e vede una massa di persone che non lo vede. Di solito sarebbe lì in mezzo.
Alle sue spalle sente un: “Tana libera per tutti”.

Un ricordo come un fulmine. Quando era partito dal paese, era stato strappato da una partita di nascondino dove faceva la conta. Fino a quel giorno, era solo invecchiato.


3. La scatola

Si racconta che in una vecchia bottega ci sia una scatola che contenga il senso della vita. Un gruppo di collezionisti di antiquariato si fa una guerra spietata per riuscire ad accaparrarsela. Investono denaro, tempo, risorse. Arrivano addirittura all’omicidio e al furto. Pur di avere nella collezione questa leggendaria scatola di epoca rinascimentale, si rovinano famiglie, rapporti, amicizie.

Una collezionista estremamente ricca ce la fa. Rintraccia la bottega, in un paese dimenticato dall’uomo, sulla cima di una montagna. Ci arriva da sola, perché più nessuno è disposto, neanche per denaro, a seguirla. Quando entra nella bottega polverosa, il vecchio la saluta cordialmente. Lei chiede la scatola.

Lui gliela porge. Costa una follia. La donna non ci pensa su due volte, ormai è vecchia e stanca, paga in contanti la cifra esorbitante richiesta. La scatola di legno è sul sedile del passeggero quando lei torna di corsa a casa, per aprirla in un luogo sicuro.

Il vecchio della bottega chiude, prende la sua Uno tossicchiante, scende scende dalla montagna. A valle, carica a bordo la vecchia moglie. Vanno al mare dove comprano una casa e una bella macchina.

La collezionista riesce ad aprire la scatola. E’ vuota. Un’incisione sul fondo recita la scritta: “Made in Taiwan”.

Haulin’ass in frenzy mode, si diceva. Eccoci qua, stiamo – in ordine sparso:

• Regalando l’EP Sono Menzogna, che si può scaricare qui (tra l’altro, grazie per le recensioni! Non facciamo i distaccati, siamo un sacco felici delle parole che si stanno spendendo per il nostro lavoretto – è una bella spinta, và.)
• Scrivendo tassello per tassello il disco nuovo, per il quale vorremmo entrare in studio entro la prima metà dell’anno prossimo, ma non abbiamo un soldo bucato. Per ora, ci pare una fottutissima bomba: Sono Menzogna è l’antipasto, dal primo al dolce lo chiudiamo nel disco. Ovviamente tutti pezzi nuovi in italiano.
• Componendo il main thème di un corto… che vedrà la luce all’inizio del 2012, nel quale facciamo anche un cammeo in forma ridotta, e per il quale abbiamo lavorato pure nel progetto di stesura e realizzazione.
• Montando il video de “Il giorno del cane”, ad ora segretissimo… e ‘sti cazzi. Tutto DIY, tutto in casa haulin. Questo arriva tra poco.
• Cominciando a programmare le date per l’anno prossimo, che fino a febbraio siamo zoppi causa lavoro. Speriamo in questi due mesi di fine anno di fare qualche suonatina in giro – vediamo il fattibile. Siamo sparsi nel mondo a lavorare e a fare disastri, è sempre più difficile ma ce la facciamo.

Altre cose non mi vengono in mente, ma ci sono.

In ogni caso, sarà un segno ma fino a ieri era tutto invaso dalle mosche. Adesso che ce ne sono meno, mi comincio a preoccupare. Hanno qualcosa in mente.

Gio

Pioggia dorata.

Qui nessuno ha via due soldi. Si fa una fatica boia. Le persone, la stragrande maggioranza, sono in menata perenne e domattina ad un’ora orrenda devono compiere delle azioni delle quali non solo gliene frega una minchia, ma sono pure faticose, noiose, frustranti. Non si scopa, almeno, si fa meno di quanto si dovrebbe. (Sento già il tipo “eh si, io scopo di brutto”. Bravo, allora vai a leggerti Men’s Health o Quattroruote se sai leggere e levati dalle palle).

Uscire in macchina devi fare un mutuo. Bere in un locale costa come comprarlo, il locale. La forza di gravità ci attrae e i testicoli ne risentono. Anche il seno. Quando entri in banca allo sportello si danno di gomito e tossicchiano risatine. Non per i testicoli o il seno, per il conto. Se hai il conto. Qualsiasi cosa tu voglia (non entro nel merito di quanto sia insensato il 90% degli oggetti di cui le persone di solito hanno brama di possedere), lo paghi a rate.

 

Vacanze? A rate. PC? A rate. Inoltre, si fa molta fatica a fare amicizia, a condividere cose, ad aprirsi un po’ senza sovrastrutture, il che ti fa sentire un po’ solo/a, tranne i morti dentro che non si accorgono che sono buccia senza frutto. Beati loro. È nella bibbia, credo. Beati i morti dentro che non hanno menate e condividono il debito pubblico.

Divertimento? No. Divertificio. Massa di gente che, in coda fuori da un posto che conosce, di solito, fa la faccia brutta ed esce con gli stessi con cui è entrato.

Io bevo. Male, a sproposito, altrimenti che palle. Pentimento, mal di stomaco, mal di testa, errori e ciclicità.

Non entro nel merito neanche di questa classe dirigente di mostruosi vecchi parassiti ai quali sparerei volentieri in gola tutte le volte che – purtroppo – scendo dalle nuvole e mi accorgo della loro esistenza.

C’è una cosa. Gli animali, tipo il leone, non fanno un cazzo tutto il giorno. Dormono tanto.

Si menano solo per l’accoppiamento, poi se la sciallano. Mangiano sano. Non hanno partiti o squadre, istituzioni o regole, fanno quello che devono fare e quello per cui sono progettati.

Le leonesse sono sexy di natura senza i colori in faccia.

I leoni sono fisicati senza palestra ed efedrina.

Noi forse abbiamo di diverso solo la creatività, perché dire che siamo intelligenti è stupido.

Possiamo creare mondi che prima non c’erano, sviluppare talmente tanto l’immaginazione da vedere persone decedute ancora per anni, dopo. Vedere film e piangere. Dare i nomi ai colori.

Inventare la pioggia dorata.

Gio

Rami.

 

Gustav Klimt - L'albero della vita

 

Colonna sonora qui.

Ottima temperatura per rientrare dal niente, perché è niente quello che è successo finora.

Cresce il mostro, che si piazza tra me e noi, diventa enorme, e dalla mia visuale posso solo evitare la spina dorsale sporgente che ondeggia a destra e sinistra, acuminata come punteruoli fetidi e rugginosi.

Immagino cosa stia facendo.

Taglia rami secchi. Dice “Basta aggiornamenti di stato. Basta bambinate e scambi sociali e commenti ai video e gare tra chi è più figo e chi meno. Basta figli di puttana che fanno marketing a discapito delle idee e degli ideali. Basta alle magliette dei gruppi. Basta ideali. Basta alle idiote che si riempiono di tatuaggi per farsi le foto in spiaggia, e basta scuse per portarsele a letto. Basta politica. Basta romanticherie digitali. Basta Pizza-Kebab, l’unico cibo che offende due culture contemporaneamente. Basta login e logout. Basta fighetti figli di papà che devi accettare perché non é mica colpa loro se sono imbottiti di denaro e non sanno guadagnarsi nulla da soli, e ostentano la facilità con cui svuotano il loro tempo di ogni senso. Basta stronzi che fanno musica per dar piacere agli occhi di quattro scoreggione di sedici anni. Basta hardcore, punk, metal, emo, basta a tutte ‘ste cianfrusaglie. Basta ai quattro tossici che fanno i pirati e non sanno neanche cucinarsi una pastasciutta. Basta al senso dello stato e della polizia, ai balordi in divisa che non sanno coniugare un verbo ma ti puntano la pistola. Basta a te, stupida parassita, pezzo di carne, che blateri idiozie perché hai le gambe nude e nessuno ti contraddice. Basta a te, coglione ignobile, persona piccola, ininfluente, vigliacca, morta, che hai le ansie da prestazione e non ti accorgi degli occhi di chi ti parla.”

 

Il mostro ha devastato il mio cespuglio, è rimasto un solo rametto. Si gira verso di me, con un filo di saliva e gli occhi spiritati.

 

 

“Basta a te, stupido coglione.” Il resto me lo dice all’orecchio.

 

Taglia l’ultimo rametto che cade a terra.

 

Lo ringrazio per aver fatto pulizia al posto mio. Sono leggero e pronto.

 

H’A back in town.

 

Gio

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