C’è una grandissima confusione, e un’idiozia diffusa che per qualche oscura ragione sembra essere l’unica certezza del modo di pensare della stragrande (?) maggioranza delle persone. Almeno, questo è quello che sembra.
Una colonna sonora ipotetica, qui.
Essendo l’uomo animale da branco, questo qua è il mio branco, quindi ho ogni diritto di essere cinico. Parlassimo di alieni, di parassiti o di cactus, sarei meno cinico.

Il popolo è bue anche se si raduna. Se prendi cento vigliacchi, non fanno un eroe. Il sistema che non va, non c’è lavoro, pieno di precari, le spese della casta, non credo si risolvano andando in giro a cazzo gridando degli slogan. Non sono io che so cosa o cosa non va fatto, è la storia che lo racconta. Se vuoi paralizzare un paese, paralizzalo.
Sei disposto a fare a meno di tutti i comfort che abbiamo? A spegnere quella stronzata di televisione che ti annienta e ti rende una larva, una larva che parla di / per / grazie a programmi che servono a tenerti incollato lì e non fare nulla ? A smetterla di correre come un babbeo a comprare ogni cagata per sentirti allineato? A non commuoverti a comando appena muore uno famoso? A rinunciare al “buonsenso comune”? Tutti moriremo. Non vorrei mai lasciare in gestione le mie lacrime per una persona di cui conosco solo la bidimensionalità. Lo sapevi che in TV, appena entri nei “famosi”, si comincia a preparare il “coccodrillo”? Filmato commemorativo strappalacrime. Fatti qualche domanda.
La morte è brutta quanto obbligatoria, ed è un business millenario. Geniale chi vende qualcosa che non puoi verificare, mercificarne l’indotto, e lucrare sui sentimenti. Pensaci: ti piace il BMW o l’Iphone perché sono oggetti estremamente utili? Scemo. Sono oggetti.
Il lavoro del pubblicitario è caricare di sentimenti ogni misero articolo messo in vendita, che sia una scarpa, un’auto o una persona. Forse, per questioni di autodifesa e amor proprio, dovresti pensarci ogni volta che metti mano al portafogli – che fai una fatica boia a riempire. I sentimenti sono belli perché sono gratis, ma per come siamo messi, forse sono una merce troppo preziosa. Costa meno avere l’ultimo modello di tablet che provare (o ricevere) l’amore sincero di un individuo che non ha nulla da offrire, e da dimostrare, se non sé stesso senza ammennicoli. Questo non lo dico io che sono un coglione, lo si ritrova in tutta la bibliografia di Fromm e di altri centomila filosofi e pensatori che hanno evoluto l’umanità come specie. Con risultati a dir poco scadenti, sinonimo di qualità.
La casta, non solo Silvione che è il Gesù Cristo di tutti i mali dell’Italia, è grassa perché gli dai da mangiare: contribuisci ogni giorno a scavare quel centimetro in più verso l’abisso. Fatti valere sul posto di lavoro, con chi hai davanti, non mascherato dietro le grida di altri come te. Se quelle zozzone, ad esempio, avessero preteso rispetto al posto che vendere il loro corpo a dei vecchi bavosi, magari tutta sta pagliacciata si spegneva. D’altronde, loro scelta. Quelle zozzone fanno parte del “popolo”. Come te quando prendi ordini da uno squilibrato pieno di ansia e frustrazione, e non hai mai letto il contratto che ti vincola al posto di lavoro. Fatti valere con le forze dell’ordine quando ti trattano come un disperato e non ti fanno il verbale. Il bello è che quando si sta sul generico siamo tutti guerrafondai, poi appena c’è una cosa che ci tocca, ecco la questione cambia. Altrimenti, spara! Che ti costa? Concretizza il tuo odio da bar, e piantala di frignare. Italiani brava gente. Ne diciamo tante.

Quante volte sono stato in fabbriche dove i diritti base erano calpestati senza nessuna remora. Fabbriche: tristemente ammetto che tantissimi miei coetanei non ne hanno mai vista una, e non ho ancora capito se è una fortuna o una profonda mancanza. Per chi c’è stato: ero quel coglione che si faceva insultare dal capoturno, dal caporeparto, e via via via fino, a volte, alla cima della piramide perché pretendevo quello che stava sul contratto. E ho sempre lavorato, non mi piace chi si imbosca. Odio annoiarmi e stare con le mani in mano. Una vita di merda. Oltre alla goffaggine e alla fatica di dover imparare un lavoro senza capirlo, mi facevo un mazzo tanto.
I miei colleghi, nella media, mi trattavano come un idiota, il ragazzino che al posto di starsene lì bello quatto e tranquillo a mantenere un posto orrendo e portarsi a casa uno stipendio da fame, mi incasinavo la vita col rischio di essere lasciato a casa. Ed era quello che succedeva. Puntualmente.
Il bello è che la normalità sarebbe pretendere rispetto e una vita dignitosa, ma sembra che nessuno la voglia: c’è stato uno scambio, adesso la vita dignitosa si misura in pollici o in cavalli. E questa vita dignitosa la vogliono tutti. È per quello che taci e ti fai otto ore se va bene rinchiuso in un posto merdoso, a fare cose tanto per farle. Il bello è che da sempre ti dicono “il mondo fa schifo, non c’è lavoro, non ci sono opportunità” e basta questo per farti stare lì con le mani in mano a lamentarti.
Il brutto è che credi pure di aver ragione. Tutto ciò è molto indie. Tutto ciò è molto scienze della disoccupazione.

Quindi: vaffanculo. Non ha senso combattere per i diritti e la libertà di persone che se ne fregano, e che aspettano il prossimo cane per essere pecore. Persone che si vendono al primo gerarca che sventola denaro e potere. Persone che non vedono l’ora di mettere le mani sull’inutile, sacrificando l’indispensabile. Persone che ti guardano dall’alto in basso perchè loro non erano in fabbrica, ma a fare i bocchini alla bocconi. Persone che non hanno il senso pratico delle cose, e mentre chiedono favori e comprensione e dilatazione dei pagamenti se ne vanno al mare per tre mesi con la famiglia. Persone che applaudono ad ogni balcone che si apre. Col tempo ti incancrenisci, ti cresce qualcosa dentro, qualcosa di freddo e metallico e luccicante. Un muro invalicabile. Senti parlare di palate di individui che intasano una città per correre dentro un centro commerciale a comprare cose inutili, perché “costano meno”. Quando la notizia arriva al muro, sorridi e non auguri neanche la morte o un olocausto volante. Semplicemente non ti tocca, non fa parte di questa vita. A meno che tu sia in fila con loro. In questo caso, sparati! Con affetto… prima che lo faccia qualcuno che ha trovato una beretta sottocosto nello scaffale davanti.
Ecco, dicevo, questa del centro commerciale è una manifestazione interessante.
È la manifestazione di quanto poco siamo pronti come popolo a essere liberi.
Pregavo Dio tutte le notti perché mi desse la capacità di spruzzare napalm dalle mani.
Adesso, sinceramente, non percepisco né il giusto né lo sbagliato. Effettivamente è una riflessione la mia, non una critica: mi ci metto in mezzo con tutti e due i piedi, bello comodo seduto sulla mia montagna di cianfrusaglie. Ho i miei comfort e i miei vizi. Ma cerco di vivere bene, fare quello che mi va, senza troppi problemi, senza fare bocchini. Cerco di non considerare la legge, lo stato e le istituzioni come gabbie, ma come lontane e grottesche strutture asettiche, che ogni tanto chiedono dazio. Dazio che verso come un bravo bambino, così se ne vanno via e non mi fanno la bua. Del Pil non me ne importa una beata minchia. Idem della borsa. Idem del fatturato di Trenitalia. Nulla di nulla. Non mi sento in guerra.
Qui sto tristemente bene, allegramente nella nebbia e nell’odore di gasolio, faccio quello che mi piace con le persone che mi piacciono, con il mio limite umano e personale di un’intelligenza media e una media prestanza fisica. Sono pieno di energia, e la uso a casaccio. Giusto per non avere un magazzino di energie inespresse da gestire. Qui si gioca tutto, per ora. Domani chissà.
La libertà, ho questa idea, ci fa, a grandi linee, schifo. Non siamo capaci di decidere cosa va o cosa non va fatto in autonomia, figurati se siamo capaci di vivere una vita consapevole.
La paura con la P maiuscola è il nostro invitato speciale, che ti sussurra a tavola “sei destinato a obbedire” perché sarebbe troppo rischioso non avere il coperchio, e sporgersi dalla pentola. Intanto lei, la Paura, ti sottrae tutto quello che avevi nel piatto, e si ingozza sbavando. Fino a che diventi anoressico di idee e sentimenti, e pur di non acquisire niente di nuovo ti cacci le dita in gola. Odi quello che non si compra.

Purtroppo e per fortuna, nel concreto, penso solo a quella microscopica fetta di branco che reputo una famiglia. Sempre per una questione di limite mentale.
Del resto, onestamente, non me ne frega un cazzo. Né caldo né freddo. Nessuna categoria mi intenerisce in quanto categoria. Spesso conosco nuove persone che diventano parte della mia vita. Spessissimo conosco persone che poi, per fortuna, spariscono. Faccio come tutti, del resto.
In ogni caso: ammazzatevi di grande fratello e ore e ore di discussioni calcistiche, mentre accendete un mutuo e vi fanno le corna. Correte come animali nei negozi a comprare dispositivi che tra due anni saranno già da buttare. Scannatevi di politica usando modi di dire fatti e costituiti perché voi vi scanniate di politica. Innamoratevi dell’involucro delle persone, e dello status quo.
Andate dell’analista a sentirvi imperfetti e insicuri, ma sulla buona strada. Non rischiate mai. Aspettate il temporale per dire che c’era da riparare il tetto. Subite la solitudine in lacrime, e non sforzatevi di riderci su. Abbandonate la via difficile della comprensione e della consapevolezza, per percorrere quella facile e veloce: c’è la fila, vi aspettano. Mangiate cibi sani e giusti mentre andate a schiantarvi in autostrada, contro un camion che vi porta le creme e lo shampoo.
Sul fondo della barca bucherellata ci sono anch’io, per forza, con la mia famiglia allargata.
Guarda là in fondo, siamo quelli che suonano mentre tutto affonda. Un po’ come sul Titanic, ma senza biondini che limonano.
Nonostante tutta questa sofferenza sistematica, il bicchiere è sempre mezzo pieno se ti scegli i commensali giusti. Salut.
Gio
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